Clementina - una storia di emancipazione

 

Giuliana Salvi ci racconta la storia di Clementina, una donna rimasta vedova troppo presto, con tre figli piccoli da crescere. Aveva promesso al marito che li avrebbe fatti studiare e, per mantenere la promessa, era ritornata a Lecce dalle sorelle Maria ed Anna.

 

“Quando il treno aveva fischiato alla stazione di Roma, aveva stretto con forza il piccolo Francesco a sé. Il bimbo, avvolto in uno scialle nero, dormiva ignaro, mentre Filippo si fissava le scarpe ed Emira giocava a disegnare col fiato e le dita sul vetro appannato e sporco della carrozza.”

 

Era il 1916, c’era la guerra e pochi soldi.

 

“La sorella Maria si lasciò cadere sul divano e si guardò le unghie sporche di farina; la cucina era la sua passione e la sua condanna, sapeva sempre quando il cibo stava finendo e quando era costretta ad aggiungere ingredienti avariati in tavola.”

 

I bambini erano piccoli, Filippo e Mira, 5 e 3 anni, e dovevano fare i conti con un papà che non c’era più.

 

“- Mira mi lasci dormire?

- Solo se mi dici con chi parlavi -. Si tirò su e poggiò la schiena alla spalliera del letto.

- E va bene. Ma promettimi che non lo dici a nessuno.

Lei sorrise e gli porse il mignolino.

– D’accordo. - Con il babbo, - rispose lui unendo il dito a quello della sorella.

- Ma il babbo non c’è, - si staccò lei.

 

 

 

– Il babbo è una stella ora.

- Chi ti ha detto che è una stella?

- La zia Anna. A me non mi piace che il babbo è una stella. 

 

Emira si rabbuiò, lui se ne accorse.

 

– Che ti prende adesso?

 

Emira sgattaiolò giù dal letto fino alla finestra.

 

– Ci sono troppe lune. E le stelle sono nel posto sbagliato.

 

Quella notte Emira decise che non avrebbe mai creduto alle stelle. Che quello starsene lì a brillare facendosi pregare da tutti senza curarsi di mandare un saluto, un cenno, le rendeva inutili e odiose. Le cose vere, pensava senza pensare, le devi toccare e sentire. No, o il babbo non era una stella o le stelle erano tutte nel posto sbagliato.”

 

Clementina era una donna ostinata: la vita l’aveva messa alla prova, e lei aveva accettato questo destino ruvido e andava avanti senza tanti fronzoli.

 

“Aveva ragione Anna, avrebbe potuto togliere il lutto che indossava da anni. Non aveva avuto il coraggio di dire nemmeno alla sorella che quella scelta la faceva sentire bene. Che il non dover più pensare a cosa mettere, quali colori abbinare, le dava un senso di libertà. L’unica che aveva. Il nero non era più un lutto. I vestiti scuri erano un proclama rivolto agli altri: ignoratemi. E non infastiditemi.”

 

 

 

Clementina preparava i suoi figli per la scuola ed aveva accettato di seguire anche Oronzo per una settimana.

 

“I pomeriggi che Clementina aveva riservato ad Oronzo erano 

finiti e quella sera la donna, quando era venuta a riprendersi il figlio, l’aveva abbracciata commossa.

– Voi c’avete la magia nelle parole, il dono! Sennò non si spiega mica come avete fatto con quel disgraziato di mio figlio.

- Il problema di Oronzo è la concentrazione. Una volta catturato il suo interesse quello si appassiona, si impegna, vuole riuscire. Ma ha bisogno di pause frequenti. Bisogna starci un poco appresso, ecco.”

 

“Anche il professore, quello francese, quello bello, - sussurrò sottovoce, - mi ha detto che l’ha interrogato ieri mattina ed è rimasto senza parole. Che già era pronto a mandarlo a sedere, e invece Oronzo ha risposto quasi a tutto. Per questo gli serve di studiare con voi. Non mi dite di no, ve ne prego. Il prezzo lo fate voi.”

 

“Clementina era affranta per Oronzo, ma quello che la donna le aveva proposto era impensabile. Non poteva inventarsi maestra così da un giorno all’altro, non le sembrava corretto né onesto.”

 

“(Maria) – Ho incrociato Oronzo mogio mogio, Lucia mi ha detto che non viene più.

- Mi ha proposto di seguirlo tutti i giorni. Come un precettore.

- Tina, ma quello è un impegno. Seguire al ragazzo tutti i giorni, dico. Vieni, accompagnami che mi devo lavare le mani. Clementina non si mosse.

– Ha detto che mi paga.

Maria si voltò di scatto.

 

 

– E quanto ti dà?

- Non gliel’ho chiesto.

 

La sorella le piazzò il naso davanti alla faccia.

– E che ci sputiamo sui soldi, adesso?

- Che vai dicendo Maria, proprio a me parli di soldi? – abbassò la voce.

– Lo so che i soldi ci servono.

- Vedi che non ci si inventa insegnanti dall’oggi al domani. Io non tengo la preparazione per farlo.”

 

Dopo qualche mese.

 

“Il professor Germain, l’insegnante di storia, geografia e francese, la raggiunse nel cortile interno del Collegio Argento.

- Perdonatemi madame, vorrei rubarvi qualche minuto se me lo concedete.

- É per Filippo?

- No, non è per lui. Vostro figlio è un gioiello. É per Oronzo.

 

Clementina trattenne il respiro. Quel precettore alto e barbuto la intimoriva. Era certa che l’avrebbe rimproverata per essersi inventata insegnante in quei quattro mesi. Le avrebbe detto che Oronzo non era migliorato affatto e che lei sarebbe stata più adatta al dècupage.

 

Di lui Clementina sapeva che era originario del Sud della Francia e che dopo alcuni anni a Milano si era trasferito a Lecce per insegnare nel collegio della città.

 

Gli andò dietro senza proferire parola, a testa bassa. Una volta dentro si accomodò al primo banco.

 

 

– Sono interrogata? – domandò con finto divertimento.

 

Dentro si sentiva morire. Iniziò a sventolarsi forte con il ventaglio.

 

- Come interrogata? No di certo, madame. In verità vi cerco perché siamo stupiti, parlo di tutti noi insegnanti, per la metamorfosi di Oronzo. Inexplicale! O per lo meno così credevamo, fino a che sua madre non mi ha detto di voi.

 

Clementina deglutì.

– Posso chiedervi un bicchiere d’acqua?

- Certamente.

 

Appena il professor Germain uscì dall’aula, Clementina si alzò. Non era a suo agio seduta dietro a un banco, messa lì per essere giudicata da un uomo così colto.

 

- Madame, - Germain le porse il bicchiere d’acqua bello pieno.

– So che Oronzo studia con voi il pomeriggio.

- Sono un’impostora, - ammise tornando a sedersi.

Lui scoppiò a ridere. Una risata gutturale, calda e profonda.

- Ridete di me?

 

Germain si grattò la barba e non rispose. Non doveva avere più di cinquant’anni. Clementina lo trovò bello, e si vergognò di quel pensiero.

 

- É iniziata per caso, - si giustificò lei. – La signora Ronchi mi ha chiesto il piacere di farlo studiare con Filippo per aiutarlo a rimettersi un poco in pari.

 

 

 

 

- Avete fatto un lavoro eccellente. Volevo dirvelo. E volevo capire come ci siete riuscita.”

 

Una storia di emancipazione dove passione e incertezza, rigore e onestà si intrecciano e si completano. Colpisce il calore delle tre sorelle: se Clementina è riuscita a mantenere la sua promessa, lo deve anche a loro.

 

Giuliana Salvi con la sua scrittura fluida e avvolgente, ci fa dimenticare che stiamo leggendo un libro, e ci fa sentire come se stessimo guardando un film.

 

 


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