Fioly Bocca in “Quando la montagna era nostra” ci racconta di Lena che sta tornando al paese per restare. Sua madre è ammalata e lei ha deciso di ritornare.
Lena è una donna tenace, coraggiosa, pratica, ma insieme fragile e ferita. La vita che aveva sognato è svanita: lei ha aspettato, tutto il tempo che ha potuto, ma Corrado non è tornato, e non sa nemmeno perché. Sono passati vent’anni, ormai è andata come è andata, ma la ferita sanguina ancora, anche se Lena fa finta di niente.
“Annusa nell’aria l’odore del suo paese,
scarnificato dagli addii, ma che pure, ostinato, aspetta chi se n’è andato per tornare solo in villeggiatura; burbero, certo, mica rassegnato, mica arreso, e capace di grande tenerezza.”
“Ecco i muri di pietra o di tinte tenui, pochi orpelli, gli infissi sobri a incorniciare vite fatte di cose semplici: fette di polenta ad abbrustolire sulla stufa, il chiasso dei bambini sulle scale di legno, le briciole di pane sparpagliate sulla tovaglia da raccogliere con la mano."
La madre è malata. Non è stato facile con lei:
“E’ sempre stata una donna difficile, brusca, e ho sofferto per i suoi modi poco affettuosi.”
Lena chiede al dottore: “Quello che vorrei sapere è cosa dobbiamo aspettarci. A parte l’influenza, intendo.” Il dottore sospira allargando le braccia. “Chi può dirlo. Ne abbiamo già parlato. Non si può prevedere con quale velocità perderà i pezzi.”
“Ecco cosa sarà d’ora in poi”, pensa salendo le scale. Sarà restare a guardare sua madre che
prova a fermare un passato che svapora."
Con il padre c’è una buona intesa, fatta di piccoli cenni, messi lì con un certo pudore.
“Sarei felice se ti trovassi qualcuno”, dice con
una mano sulla maniglia e senza guardarla. “Per non trovarti poi sola, sai.” Si volta un momento con un sorriso negli occhi, prima di uscire. Lena è contenta che lui non le abbia dato il tempo di rispondere: si sarebbero invischiati in un pantano di imbarazzi e ritrosie, terreno per cui non sono attrezzati, nessuno dei due.
Lena ha saputo che Corrado è tornato. Vorrebbe e non vorrebbe sapere. Non può più desiderare qualcosa che l’ha fatta soffrire troppo. Perché riaprire certe vecchie ferite.
“Abbiamo camminato a lungo e a lungo in silenzio, per sentire il fruscio del vento che
porta dalle cime odore di neve e licheni e i rumori che fanno gli alberi quando sono certi che nessuno li ascolti: il chiacchiericcio vanitoso delle foglie, la parlata domestica delle cortecce, i bisbigli intimi delle radici.”
“Sente che le fa bene prendere un po’ di quella
nuova medicina che è mettere un piede davanti all’altro e dimenticarsi di esistere. Sforzarsi di essere erba, strada, terra, albero, foglia.”
Quando era giovane aveva tutta la vita davanti. “Pensavo agli anni che mi attendevano come un
meraviglioso scrigno brulicante di promesse.
La vita che si stira, si allunga, respira: sotto i miei occhi la perenne, illusoria risacca del tempo.”
E piano piano affiora una promessa mancata.
Osservando una giovane donna di là della strada, “aveva l’aspetto così rilassato, così padrone di sé e della propria vita che ho avuto la sensazione bizzarra e fastidiosa di ingiustizia, come se le cose che io avevo sempre voluto fossero toccate a lei. Un uomo, una casa insieme, forse bambini. Non era invidia, ma qualcosa che ha a che fare con le attese e le promesse non mantenute, con quel poco di felicità che uno pensa di poter pretendere per sé.”
Fioly Bocca ci racconta una Lena indurita dalla vita che, con estrema cautela, ricomincia a sentire. L’aveva sepolto sotto quintali di sabbia per tutti quegli anni passati e per tutto quel farsi andar bene le cose. Eppure la montagna ha risvegliato qualcosa: quei luoghi, quei sentieri, quei sassi, le vogliono dire… Che cosa le vogliono dire?
Riuscirà Lena a sentirsi nuovamente viva?
Immagini create con AI