La strangera

 

Marta Aidala in “La strangera” ci racconta di Beatrice, una studentessa di Torino che decide di andare a vivere in montagna. Sta cercando un posto dove sentirsi a casa: la città e lo studio non le appartengono più.

 

Cos’è che spinge Beatrice a lasciare tutto per andare a lavorare in un rifugio in montagna?

 

“Ero sempre stata una ragazza schiva, che riusciva ad approfondire poco i rapporti. Pronta ad ascoltare, non a rivelare. Ogni confidenza mi sembrava inopportuna, e i problemi avevo imparato a risolverli per i fatti miei.”

 

 

 

“Sulla scrivania della mia camera avevo ordinato i manuali dell’università, gli ultimi tre esami da sostenere e una tesi a metà. Dalle pagine sporgevano post-it colorati e una matita dalla punta consumata. In cima alla pila, un biglietto. “Puoi venderli” avevo scritto in corsivo.

 

“Perché?” continuava a chiedermi mia madre, “Perché?”

 

Da quando le avevo detto che sarei andata via, appena sentiva pronunciare la parola “montagna” cambiava stanza. “Cosa ci trovi lì?” mi chiedeva, e la stanza la cambiavo io.”

 

 

 

La vita in rifugio è ruvida e brusca. C’è tanto da fare e bisogna rimboccarsi le maniche.

 

 “Sta fumna”, mi appellavano ogni volta che mi lamentavo oppure li sgridavo.

 

"Essere fumna già di per sé era uno svantaggio. Fossi nata in valle si sarebbe potuto sorvolare, 

ma io ero anche strangera, cittadina, un altro punto a sfavore. Secondo loro la città appiccicava addosso vezzi, sciccherie, abitudini superflue che ti rendevano inadatto a una vita più dura, alla vita di quassù.”

 

Fumna e stangera però me li portavo addosso

 

 

come un marchio indelebile. Nemmeno il tempo sarebbe riuscito a lavarli via.”

 

“Il Barba aveva un suo modo di dire le cose, il volto severo e i movimenti sgarbati, una tenerezza spigolosa. Se fosse stato un albero, sarebbe germogliato noce. Di solito il noce non

cresce in quota, non si trova mai in mezzo ai boschi ed è sempre solitario. Se gli si piantano accanto altri alberi muoiono in fretta, perché le sue radici tendono a prendere per sé tutto i nutrimenti della terra. Eppure produce frutti buoni, con il mallo duro sì, ma che agli scoiattoli piace tanto rubare.”

 

“Dall’arrivo di Gioele e Berto era nata tra noi colleghi una coesione maggiore, la loro amicizia ci aveva contagiati. Ci sbilanciavamo in scherzi bonari che alleggerivano i servizi, in battute ironiche per cui nessuno si offendeva. La cucina era il nostro teatro, e il Barba accorreva quando ci sentiva ridere forte. “Cos’è sta cagnara?”

chiedeva, e lo includevamo nel buonumore generale. “Siete tutti matti” commentava scuotendo la pelata, ma di smettere non ce l’aveva mai ordinato.”

 

“C’è chi crede che i rapporti di amicizia si stimino nella quantità di esperienze, ricordi,

segreti, vita, che due persone conoscono l’una

 

 

dell’altra. Quella regola quassù non aveva valore. Della mia compagnia sapevo poco, eppure mi pareva di conoscerli da sempre. 

Finalmente sentivo di essere parte di qualcosa, e mi andava bene così.”

 

“In montagna non è raro, ma nemmeno così inusuale, imbattersi in un larice solitario oltre la quota del bosco. Per me vederlo ergersi lì in mezzo, con il tronco deformato dalle raffiche di vento, era la manifestazione di un miracolo.”

 

 

E' in quelle asprezze della vita di montagna e nella tenerezza spigolosa del Barba che Beatrice si ritrova e comincia a sentirsi parte di 

 

qualcosa.

 

Marta Aidala ci racconta il cambiamento di Beatrice: lavoro duro, fatica, le montagne, i malgari, la ruvidezza di chi è abituato all’essenziale, la schiettezza di chi arriva dritto al punto senza tergiversare.

Beatrice inizia a ritrovarsi, a capire cosa le piace, a sentire che quella vita così aspra, in fondo, le piace.

 

Marta Aidala ci descrive una ragazza fragile e determinata, autonoma e confusa. Non sa ancora cosa le piace ed è in cerca del suo posto. Sa che la città le è diventata stretta, e sente che la vita in montagna la sta chiamando. Non sono certo i paesaggi mozzafiato o l’idea di una montagna incantata, ma piuttosto la schiettezza e la ruvidezza di chi, della montagna, ha fatto la sua casa.

 

Come il Barba che, se fosse nato albero, potrebbe essere un noce. Forse il larice solitario che Beatrice ci descrive, in qualche modo, la rappresenta. Dove il tronco deformato dalle raffiche di vento non sono altro che il segno delle sue diffidenze: “i problemi avevo imparato a risolverli per i fatti miei”. E le attenzioni di Elbio, il malgaro dell’alpeggio, e le sue sensibilità non sono altro che piccoli tasselli per imparare a fidarsi.

 

Riuscirà Beatrice a trovare il suo posto?

 


Immagini create con AI