Il guardiano della collina dei ciliegi - una storia di riscatto

 

Franco Faggiani ne “Il guardiano della collina dei ciliegi” ci racconta di Shizu Kanakuri, il maratoneta che alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 non terminò la sua gara e lasciò perdere le sue tracce per la vergogna.

 

L’imperatore gli aveva affidato il compito di rappresentare il Giappone alle Olimpiadi, ed il fatto di non essere arrivato al traguardo, senza nemmeno sapere il perché, rappresentò per lui un vero e proprio tradimento.

 

Qual è la pena per aver disonorato il proprio paese?

 

Quanto bisogna pagare per riparare la vergogna?

 

“Dietro la casa i boschi salivano a perdita d’occhio verso le montagne, e io li ho attraversati in ogni direzione e sotto qualsiasi tempo fin quasi al compimento dei miei diciannove anni. Cosa sia successo in seguito non l’ho mai saputo, perché, dopo un lungo periodo di nomadismo in cui l’alba raramente mi scovava dove il tramonto mi aveva lasciato, dalla primavera del 1915 fino al 1967 ho vissuto nell’isola di Hokkaido, che dell’arcipelago giapponese è la più settentrionale, la meno abitata e la più selvaggia. Un altro mondo, con l’oceano gelato per molti mesi e i vulcani intenti a rendere precario ogni giorno che gli dèi mi hanno concesso di vivere in quel posto remoto. Per tutti quegli anni sono stato il guardiano di una collina di ciliegi.”

 

 

“Ero uno studente caparbio e un figlio rispettoso, anche se i miei genitori erano sempre presi da pensieri tra i quali non riuscivo a trovare posto. Certo, mi garantivano una vita agiata, ma molte volte ho pensato che, se non ci fossi stato, per loro sarebbe cambiato ben poco. Tutto questo a volte mi rendeva malinconico, però mi permetteva di trascorrere molto tempo nell’immensa solitudine delle foreste.”

 

A lui piaceva correre nel bosco, lo faceva sentire libero ed in armonia, non gli importava delle competizioni e men che meno delle Olimpiadi.

 

“Non correvo, naturalmente per finalità sportive e, a dire il vero, neanche per il rispetto assoluto dei principi religiosi. Correvo perché solo così mi sentivo realmente libero, unico, leggero, in sintonia completa con il creato.”

 

“Avrei voluto studiare Botanica, diventare un esperto di erbe medicinali, piante, spezie, contro il parere di mio padre, che naturalmente si oppose.”

 

Il padre invece lo iscrisse all’Università di Economia a Tokyo.

 

“Furono poche parole, dette con distacco, mentre attizzava il fuoco, come se parlasse a uno dei suoi sottoposti di basso rango. Naturalmente aveva già pensato a tutto, anche a iscrivermi, senza avermi avvisato, ai corsi di Economia della Tokyo Teikoku Daigaku.”

 

 

 

Shizo Kanakuri, dopo il fallimento della maratona alle olimpiadi, non ha il coraggio di tornare a casa.

 

Inizia così un viaggio per nascondersi e per costruirsi una nuova identità. Gli ci vorrà tutta la vita per far pace con la sua colpa, dopo un lungo periodo passato ad espiare il suo inconfessabile disonore.

 

 

 

Saranno gli alberi a ridargli un po’ d’amore per sé stesso.

 

“All’inizio dell’incarico, per il solo fatto di aver tagliato quasi del tutto i contatti con le persone e per essere andato a vivere in un posto isolato, avevo pensato che avrei avuto molto tempo per la meditazione, la preghiera, lo studio della botanica, i piccoli lavori manuali per rendere sempre più comoda la casa, persino per i bagni nei laghetti termali."

 

"Invece la cura dei ciliegi yamazakura richiedeva tempo, dedizione e metodo, ed era densa di imprevisti. Il fascino delle cose sta anche nella loro precarietà, nella scelta della soluzione più temeraria per affrontarle.”

 

 

“Disegnai su una grande tela che tenevo appesa a una parete, l’intera mappa della proprietà, dividendola in tanti quadrati, ognuno dei quali racchiudeva una cinquantina di alberi. Controllavo ogni area secondo una cadenza temporale ben precisa, stabilendo i lavori necessari e le priorità. Dopo la pioggia prolungata, per esempio, facevo scorrere via l’acqua ristagnante alla base dei tronchi, perché le radici non la gradivano; mi assicuravo che non ci fossero nidi di insetti nocivi o che nelle sottili crepe del legno non crescessero funghi infestanti; mi issavo fin sulle chiome per dar loro una forma gradevole, togliere eventuali ramaglie estranee impigliate dal vento, tagliare i rami che non avevano futuro. Il lavoro più duro era però abbattere gli alberi che per qualche ragione morivano, estrarre il ceppo e le lunghe radici dal terreno spesso inclinato, rimodellare il suolo per poi ripiantarvi i giovani ciliegi.”

 

 

“Sei ancora giovane, Kahida-san. Non fare in modo che la tua collina diventi anche la tua prigione”.

 

“Il carradore aveva ragione. Così, all’inizio con fatica e indolenza, ripresi a correre. Tra i miei ciliegi prima, e poi sempre più distante, tra le vallate intorno. Con meno fervore di un tempo, anche perché le mie gambe e la capacità dei miei polmoni non erano più quelle di una volta, ma con la testa che ancora pensava nello stesso modo; ero sempre dell’idea che la corsa non fosse un motivo per competere con gli altri ma con me stesso, che fosse un’occasione per conoscere sempre più a fondo la natura e i paesaggi intorno e ritrovare la sintonia con i kami.”

 

 

Una storia di riscatto, dove perdonarsi è possibile, anche se dopo lunghi anni di sacrificio e dolori profondi.

 

Franco Faggiani ci indica un modo, delicato e rispettoso, per arrivare al perdono.