di Matteo Bussola
Cosa può fare un padre di fronte alla fragilità di un figlio anoressico?
"Siamo Ulisse e Telemaco all'incontrario, il padre che attende il ritorno del figlio squassato dai flutti più pericolosi, quelli delle aspettative disattese, dei sensi di colpa che piegano la schiena, del non sentirti all’altezza del mondo, del non sentirmi all'altezza di te."
Un padre ingegnere che cerca di applicare le sue conoscenze alle crepe della psiche del figlio, e ne esce disorientato.
"L' umano è un materiale che muta le
caratteristiche meccaniche nel tempo,
attraverso crepe o fenditure, spesso difficili da scorgere, a volte addirittura sotterranee. Per vederle servono occhi attenti, desidero di conoscere, capacità di mettersi in discussione e nessuna soluzione pronto uso."
Cosa è successo?
"Ho pensato a mio figlio, e al fatto che la sensazione, con lui, è stata proprio quella che a un certo punto, più che perdere l' equilibrio, Tommy avesse deciso di lasciarsi andare. E noi gli siamo caduti dietro, nel tentativo di afferrarlo."
Un figlio, con tutta la vita davanti, che si lascia andare ... Perché? Incomprensibile, disarmante, doloroso.
“Le persone da zero non possono ripartire mai. Non possiamo cancellare le ferite subite o inflitte, le parole dette o ricevute, le scelte sbagliate. Non possiamo sostituirci come fossimo un materiale difettoso, contaminato, o ricostruirci interi in una zona meno sismica. Però possiamo imparare a stare in equilibrio sul nostro suolo incerto, accogliendo le nostre crepe, provando a trasformarle in finestre.”
E allora bisogna ripartire: per cercare di capire,
per cercare di ritrovare quel filo che si è spezzato.
Il ricovero in Neuropsichiatria infantile diventa un’occasione per incontrare umanità ferite, situazioni diverse eppure in un certo senso simili, un momento per avvicinarsi a questi vissuti incomprensibili e dolorosi.
E' arrivato Nicholas, 11 anni, lo psichiatra dice che bisogna lasciarlo vincere sempre. Ma un giorno vince Tommy, ed ecco arrivare la crisi di rabbia.
"Ma perché non lo hai lasciato vincere?"
Gli chiedo, "si sono raccomandati tanto..."
Lui si ferma e mi guarda come se fossi uno stupido.
"Se continuano a farlo vincere, non guarirà mai."
"Cosa?"
"Non capite che vi comportate sempre allo stesso modo?"
"Quale modo?"
Ci fate credere di essere invincibili," dice mio figlio, "e poi ci lasciate soli a scoprire che non è vero."
Tano inizia a capire: suo figlio ha una sensibilità
diversa, una visuale che non ha mai considerato, sempre preso dagli obiettivi, le aspettative, il dover essere.
E poi c'è Marco, il padre di Nicholas, gli tremano le mani.
Il suo tremore mi crea disagio. Nessuno di noi trema mai, qui. C'è una ragione, per cui non lo facciamo.
Dopo un paio di giorni qui dentro, si scopre che questo reparto è una cima rocciosa su ci nevica di continuo. Bisogna evitare gli scossoni troppo forti, i movimenti inutili: si rischia una slavina che travolgerebbe tutti.
E alla fine Tano ha capito che l’amore quando è troppo non aiuta a vedere le crepe, le fessure, non aiuta a staccarci da ciò che diamo per scontato.
La speranza sta proprio nel reinventarsi un altro modo di essere padre. E Matteo Bussola, in “La neve in fondo al mare”, ci indica la strada, con coraggio ed incertezza, come quando si cammina sulla luna.
Immagini create con AI